Actitud María Marta (Intervista)
Filed under: Interviste | Data: 02/09/2008
Tre ragazze senza peli sulla lingua. Così si definiscono le Actitud María Marta, trio argentino consapevole e combattivo che ormai da diversi anni calca le scene in tutta l’America Latina. Il testo che segue è una intervista concessa da Malena, mc e fondatrice del gruppo, in Italia in occasione del concerto che si terrà il 13 Settembre 2008 a Roma, presso il laboratorio sociale Acrobax.
Le Actitud María Marta nascono nel decennio scorso come una delle prime band Hip Hop argentine. Le loro sonorità conquistano la scena nazionale e fanno valere loro il titolo di rivelazione dell’anno nel 1995. Anche lo stesso Fito Paéz, mostro sacro della musica argentina, riconosce l’indubbia qualità del trio. Dal 2003 il gruppo presenta una nuova formazione: alla fondatrice Malena D’Alessio si uniscono l’mc Karen Pastrana e vocalist Karen Fleitas.
Nel loro sound Hip Hop, reggae, latin e campioni di tango si fondono a melodie R’N'B. La notorietà del gruppo è però molto legata al suo impegno sociale, che emerge non solo dai testi, ma anche dalle numerose esibizioni a sostegno delle Madri di Plaza de Mayo, dei piqueteros ed in contesti “socialmente sensibili” come le favelas. Le collaborazioni e i palchi condivisi sono di tutto rispetto: si va dai Public Enemy ai Cypress Hill, mentre Malena ha partecipato alla tournée venezuelana di Mad Professor e ha rappato con Wyclef Jean al Sob’s di New York. Fra i più recenti compagni di scena gli spagnoli Ojos de Brujo.

Avete deciso di fare musica indipendente e non relazionarvi con le multinazionali della musica. Quali sono le difficoltà e quali gli aspetti positivi di questa scelta?
Riguardo questo tema non ho una posizione tanto radicale. Penso che, arrivati a un certo punto, non si possa essere del tutto fuori dalla meccanica capitalista. Si può decidere di non uscire per una certa casa discografica, però – ad esempio quando passano un tuo pezzo in una radio o suonando in alcuni in un posto – finisci per toccare anche quegli spazi. Per essere totalmente “fuori” si dovrebbe vivere isolati. L’importante e’ non mai perdere di vista i tuoi obiettivi, la tua visione del mondo. Del resto credo che se vuoi cambiare le cose devi cercare di arrivare alla maggior quantita’ di gente possibile e, per fare questo, a volte non si sta nei luoghi “ideali”. Non condanno comunque chi non fa musica indipendente. Penso al prodotto in sé. Se un gruppo ha un messaggio politico forte e genuino ed esce per una multinazionale, possono comunque esserci degli aspetti positivi perché il messaggio può diffondersi in maniera ampia. Io dico sempre che l’idea non è convincere i convinti, bensì fare in modo che gente che non ha accesso a certe idee, vi possa accedere. E’ una specie di guerra, e in questa guerra può anche andar bene passare per certi certi canali.
Ma questo non pare essere il vostro caso…
Fermo restando quanto ti ho appena detto, noi facciamo musica indipendente al 100% da molti anni ed è molto gratificante. Nei tour che abbiamo fatto in America Latina è stato meraviglioso partecipare a un certo tipo di eventi e aver avuto contatto diretto con la gente, non limitandosi solo a festival di musica commerciale. Poco tempo fa ad esempio siamo state in Perù e abbiamo suonato in una piazza piena di comunità indigene: una delle cose più belle che mi sono capitate con il gruppo e’ proprio quella di avere contatti con le popolazioni in modo diretto, senza intermediari. E’ un cosa unica, impagabile.

Che impressione avete della scena Hip Hop e del suo pubblico in Europa?
Personalmente amo il rap latino-americano, specialmente quello cubano, però da molti anni sono una grande fan del rap francese perché ha molte influenze africane dirette, molte influenze arabe. Questo mi affascina. Mi affascinano le fusioni. Mi piace quando l’Hip Hop si fonde con musiche tradizionali. Il migliore esempio di musica di figli di migranti lo si trova appunto in Francia. Mi ricordo della rivolta nelle banlieues. Lessi un articolo in argentina, nel quale si diceva che molti testi di rap la stavano in qualche modo annunciando. L’idea è un po’ questa: che l’hip hop sia la voce dei senza voce, di quelli “dal basso”. Quelli “dal basso” che per me culturalmente sono quelli “dall’alto”…
Il vostro tour europeo è pero’ iniziato dalla Germania…
In Germania abbiamo visto che ci sono due tendenze musicali e culturali: quella più di massa , vuota e commerciale, e quella più sotterranea, più autentica. Credo che un modo affinché l’underground risalga in superficie possa essere lavorare sulla qualità. Quando si fa un lavoro di alta qualità generalmente si hanno più possibilità di varcare i confini. Noi facciamo un Hip Hop più sociale, più politico e per questo sto molto attenta a non scadere nel panflettario…Se la musica non funziona, difficilmente funziona il messaggio.
Parlaci un po’ della scena delle tue parti…
In America Latina, che è la zona che conosco meglio, uno dei fenomeni più interessanti si sta verificando in Brasile. Sai che in Brasile il rap è molto diffuso ed è molto presente nelle favelas, i quartieri poveri, che sono tanti, sono città intere! Lì si ascolta molto Hip Hop. In realtà si ascoltano tre tipi di musica: la samba, che è la musica popolare; poi c’è un ritmo che si chiama funk carioca, con testi davvero molto sessisti; ed infine l’Hip Hop, che occupa una specie ruolo di “evangelizzazione” perché ci sono tanti centri che attraverso l’Hip Hop svolgono la funzione di recupero dei giovani. Saprete che nelle favelas brasiliane la droga, la delinquenza, la povertà sono sono dilaganti: il lavoro sociale non è per niente facile da quelle parti. Attraverso il rap, che è una cosa con la quale i giovani si identificano, si è riusciti a creare centri di lavoro sociale dove realmente si recuperano tanti ragazzi che si mettono a scrivere, a canalizzare le loro esperienze mettendole in rima. Mi sembra incredibile! La cosa ha avuto cosi’ tanto successo che il governo sta promuovendo un lavoro sociale attraverso il rap, proprio per l’influenza positiva che ha sui giovani più emarginati.

Troppo spesso anche in Italia l’ Hip Hop resta molto legato a un immaginario machista, di “ormoni e catenine”. In quanto donne molto attive sul fronte politico e sociale, come vivete questo aspetto della scena attuale?
Quello a cui fai riferimento evidentemente non è un fenomeno solo italiano, ma di livello mondiale.
In America Latina pero’ si sviluppa con molta forza anche quell’ Hip Hop più legato alle radici e all’essenza originale del movimento, quindi un Hip Hop che ha anche a che vedere con la denuncia sociale. Inoltre non bisogna assolutamente lasciare che siano i media a definire gli aspetti di un genere musicale. Ad esempio, ora c’è un boom mediatico riguardo il reggaeton. E’ un genere che viene da Porto Rico e che conosco da molti anni, da prima che si diffondesse su scala planetaria. In origine era un genere molto popolare, che esprimeva il sentimento del popolo portoricano. Quello che si diffonde ora con i media è abbastanza patetico, e non è più connesso a quello che era il genere originariamente. I media tendono spesso a strumentalizzare in chiave “politica” quello che diffondono: non è un caso che spingano musica vuota, banale, legata a tutto il concetto materialista e capitalista.
Tornando alla tua domanda: per noi fare quello che facciamo è prezioso. Lo facciamo con molta gioia. E’ bello poter andare in tante parti del mondo mostrando un’altra visione dell’ Hip Hop, che è la nostra, che è diversa. Una visione si’ nostra ma anche di tanta altra gente.
Nel vostro sound la musica tradizionale e popolare si fonde all’ Hip Hop. Parlaci di questo aspetto…
Riguardo le contaminazioni molte influenze arrivano proprio dalla musica sudamericana. Mescoliamo l’Hip Hop con il tango, la cumbia, il vallenato, il folk argentino… Perche’? Perché ci piace, fondamentalmente. Non perché quella debba essere la formula fissa, ma perché è geniale. Com’è geniale il mix con il flamenco, con la musica africana. All’inizio il rap nasceva come un riflesso, ad immagine e somiglianza del rap afroamericano. Era logico. Era l’inizio: si ascoltava, ci si identificava… Da 10 anni a questa parte, però, l’ Hip Hop in America Latina ha cominciato ad avere un’identità propria. Mi ricordo che c’erano gruppi che cantavano come se avessero vissuto in un ghetto di Los Angeles, ed era abbastanza caricaturale. Ora fortunatamente ci sono sempre più gruppi che riflettono la loro realtà, anche dal punto di vista estetico, nel modo di vestirsi. Mi ricordo la prima volta che sono stata a Cuba. C’era gente che cantava con la guayabera! Anche in Bolivia e in Perù ho visto cantare con abiti tradizionali.
La gente in molte parti del mondo sta incominciando a dare un una propria impronta originale all’ Hip Hop: un genere musicale può venire da qualsiasi parte, ma quando si diffonde non è più patrimonio di qualcuno o di un paese in particolare.
++Si rigrazia Barbara Leida per la collaborazione++

Posted by: Tiziana Musto




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